“Gargoyle”, il romanzo che guarda al carcere senza semplificazioni

Raccontare il carcere significa muoversi dentro una realtà difficile da ridurre a una sola immagine. Alfredo Vassalluzzo, nel suo romanzo d’esordio Gargoyle, sceglie di farlo evitando toni sensazionalistici e letture immediate. Pubblicato da Sensibili alle Foglie, il libro propone uno sguardo attento sul rapporto tra persone e istituzioni.

La narrazione parte da una figura esterna: un insegnante che entra per la prima volta in un carcere maschile. Il suo ingresso rappresenta anche quello del lettore, chiamato a confrontarsi con un mondo regolato da codici, distanze e procedure. Ma il romanzo non resta chiuso nel punto di vista del protagonista. Progressivamente, l’attenzione si sposta sulle persone che abitano quello spazio e sulle dinamiche che ne condizionano l’esistenza.

Il carcere, in Gargoyle, non è soltanto un luogo fisico. È un sistema che organizza tempi, comportamenti e possibilità. Le relazioni tra detenuti, educatori e istituzione sono attraversate da limiti precisi. Ogni iniziativa personale deve fare i conti con una struttura che tende a ricondurre tutto entro regole formali.

È in questa tensione che si inserisce il tema della scrittura. Il manoscritto di un detenuto diventa uno degli snodi più importanti del romanzo. Non è solo un oggetto narrativo, ma il segno di un bisogno di espressione e riconoscimento. Attraverso quel manoscritto emerge il contrasto tra una soggettività che cerca spazio e un sistema che spesso fatica ad accoglierla.

I personaggi non vengono presentati come figure esemplari. Vassalluzzo non costruisce una galleria di tipi umani, ma lascia emergere storie incomplete, segnate da ambiguità e contraddizioni. Questa scelta impedisce al lettore di rifugiarsi in giudizi semplici.

Anche il titolo contribuisce a definire il senso del romanzo. Il gargoyle osserva, resta immobile, vede senza poter agire. È una condizione che richiama il ruolo di chi opera nel carcere, partecipa alla vita dell’istituto, ma si confronta continuamente con margini d’intervento ridotti.

Il romanzo si distingue per una scrittura controllata, lontana dall’enfasi. Vassalluzzo non forza la commozione, ma costruisce un racconto che lascia aperte le domande. Ed è proprio questa apertura a rendere Gargoyle un testo capace di alimentare una riflessione pubblica sul carcere e sui suoi effetti.

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